Tutti in coda per gli #Scout @Corriereit #riflessioni

Un interessante spunto di riflessione dal Corriere della Sera

IN AUMENTO LE RICHIESTE DI ISCRIZIONE, MA DUE SU TRE RESTANO INSODDISFATTE

Tutti in coda per gli Scout

«Non è intrattenimento ma una scelta educativa». Il problema della mancanza di «capi»

«Si chiamava Ernesto Botton, aveva 11 anni, portava capelli lunghi e fazzoletto al collo ed era il capo della muta pezzata. La notte della Promessa, mentre aspettavamo emozionati intorno al fuoco il rito che ci avrebbe fatto entrare nel branco ("prometto di fare del mio meglio per compiere il mio dovere (...), agire sempre con lealtà e osservare la legge scout") lui si rivolse per la prima volta a noi piccoli con parole che negli anni avrei sentito spesso: "esploratori, buona caccia". E questo sprone mi ha accompagnato nella vita». Sono i ricordi di una mamma, ma in quanti si riconoscerebbero in queste emozioni? Tanti, compreso il sindaco Pisapia : «Ripenso alle scarpinate sui sentieri di montagna, alla fatica di montare le tende o grattare il fondo bruciato delle pentole, all'imparare "facendo" e a quel senso di responsabilità e di attenzione verso i più deboli che con gli scout si assorbe fin da piccolo». Come dire: entri lupetto e hai buone chance di uscire buon cittadino.

Mille domande - A Milano gli scout raccolgono ampi consensi con oltre 1000 nuove richieste ricevute proprio in questi giorni: nei gruppi cattolici dell'Agesci la metà resterà però disattesa, e nei laici del Cngei «circa un terzo», riferisce il presidente Marco Calderoni, ricercatore del Politecnico che ha iniziato il percorso a 9 anni ed ora, a 36, coordina le sezioni da volontario. Il problema è che a fronte di domande in crescita per i piccoli di 8 anni non è così facile trovare i capi adulti: «Rispetto al passato i ragazzi lasciano prima, a 20 anni vanno all'estero in Erasmus e quando tornano non rientrano», si duole il veterano. Eppure sarebbero accettati anche volontari che non sono mai stati scout, purché affidabili e in gamba.

Certo l'impegno richiesto - ai capi e anche ai genitori - non è da poco: in Cngei il week end libero è solo uno al mese, tra uscite fuori porta e incontri in sede, in Agesci dipende dai gruppi ma una volta a settimana l'appuntamento è certo. «A mamme e papà che aderiscono al progetto chiediamo di darci fiducia e garanzia di una certa costanza», chiarisce Claudia Gualdi, 26 anni, medico e capogruppo del Milano 13. Anche i genitori dunque, a loro modo, all'inizio del cammino fanno una promessa.

Curiosità e concretezza - «Lo scoutismo non intrattiene, anche se fa divertire, e non propone semplici campi naturistici. Educa invece a tutto tondo. Al pari della scuola e della famiglia», si spinge a dire Calderoni. «Quelli promossi dagli scout sono valori in positivo su cui i genitori devono convergere - fa eco Graziella Bisin di Agesci, che rispetto al Cngei prevede durante gli incontri messa e preghiere - Solidarietà, rinuncia al superfluo, curiosità per ciò che ci circonda sono principi guida».

Crescita spirituale ma anche molta concretezza, sottolinea Claudia. «Una delle cose che piace di più ai ragazzi è lo sviluppo delle abilità pratiche con la conquista delle specialità», ambite coccarde che si cuciono sul maglione: «Mani abili, infermiere, amico degli animali, falegname... ognuno trova la sua strada». E anche un ruolo, dentro al gruppo e dentro alla città. Anche perché gli scout tendono a radicarsi nel territorio e a stringere legami forti con il quartiere. Molti genitori apprezzano il senso di responsabilità che s'impara presto: «Tendiamo ad iper-proteggere i figli dando loro troppo poco spazio per sperimentare in autonomia. Gli scout incoraggiano invece a concederglielo», ammette Maddalena Romani, infanzia e adolescenza tra «branco» e «reparto» e ora mamma di due figli scout di 16 e 14 anni, e un terzo di 5 «futuro lupetto».

Mentre Clara Mazzi, altra ex scout che però ha deciso di non iscrivere i figli, esprime riserve: «Avere i ragazzi così impegnati nei week end vuole dire avere meno tempo da passare con loro nei giorni liberi dalla scuola». E poi: «Si crea uno spirito di corpo molto forte, lo dico per esperienza personale, che rischia di tradursi in un gruppo chiuso, ancorché ampio». Come dire: si sta talmente bene in branco che magari viene poca voglia di approfondire le relazioni fuori?

Elisabetta Andreis